A colloquio con Pupi Avati, il grande regista, appassionato di montagna, parla del suo rapporto speciale con il  “passeggiare” e racconta quando – nell”83 – diresse il delicato  “Una vita scolastica”, lungo il Sentiero degli Dei (che non fa parte del Sentiero Italia CAI)

 

 

La “via degli Dei”, il sentiero che congiunge Bologna e Firenze attraverso l’appennino, negli ultimi anni è diventato sempre più frequentato, raccontato ed amato dagli escursionisti italiani. Sentiero Cai di 130 km, con un’altitudine che varia dai 50 ai 1190 metri sul livello del mare, non rientra nel percorso di Sentiero Italia CAI ma è sempre più oggetto di attenzione per l’offerta turistica di Emilia-Romagna e Toscana. Tra i cantori del cammino, dei sentieri e dei paesaggi che collegano la città dei portici a quella dei Medici c’è un grande regista italiano, Pupi Avati che nel 1983 ha diretto “Una gita scolastica”, film ambientato nel 1914. Una classe mista del Galvani, liceo bolognese, vince per meriti scolastici la possibilità di percorrere in tre giorni a piedi gli antichi sentieri che congiungono la città delle Due Torri a Firenze. Oggi in un’intervista ripercorriamo i ricordi lasciati dal regista su quel sentiero.

Che cosa la spinse a raccontare questa storia e questi paesaggi?

“Fui contattato dalla provincia di Bologna. Volevano che facessi un documentario sull’Appennino e sulle sue strutture per il rilancio turistico. Non mi entusiasmò l’idea, ma ero in difficoltà economiche e non rifiutai. Poi mi ricordai di una cassetta dei ricordi che aveva custodito fieramente una mia zia. Nella cassetta c’erano tutti i ricordi di quelli che mia zia definì i tre giorni più belli della sua vita. Si trattava di una vacanza premio che il suo liceo aveva conferito alla sua classe. Tre giorni di cammino da Bologna a Firenze. Così proposi di trasformare il documentario in un film e la mia idea fu accolta”

Cosa le offrirono quei paesaggi?

“Fui impressionato dalla straordinaria bellezza di quei luoghi. A pochi chilometri e a volte a poche centinaia di metri dalla città c’erano luoghi naturali straordinari. Quando lo presentammo a Venezia un giornalista ci chiese se l’avessimo girato in Canada. Inoltre i paesaggi erano gli stessi di inizio Novecento, si erano conservati intatti nel loro fascino”.

C’è un profondo senso di spiritualità in quelle riprese…

“È un luogo molto spirituale. C’è una presenza divina nei monti e nei boschi. Io inserisco l’elemento dell’Incanto, che è una mia invenzione, non una tradizione. I ragazzi prima di incamminarsi attendono questa presenza divina che si manifesta con una folata di vento. Inizialmente “Incanto” doveva essere il titolo del film, poi il distributore lo ritenne troppo letterario”.

Il cammino nel suo film è un po’ la metafora della vita…

“Certo, è un viaggio iniziatico in cui tutti i protagonisti alla fine del film sono cambiati. È la metafora del viaggio verso la vita. I ragazzi stanno per affrontare la maturità e dopo li attenderà anche la prima guerra mondiale. Passeranno dalla scuola ad un’altra dimensione. Volevo inserire alla fine del film l’immagine della lapide con i nomi degli studenti di quel liceo che sarebbero morti in guerra, ma ho evitato. Troppo doloroso”.

L’escursionismo è dunque metafora della vita?

“Sì, la vita, ripescando un modo dire proprio della cultura contadina, è uno “scollinamento”. È il cammino per raggiungere la vetta di una collina, un luogo che promette tante cose. E poi una volta raggiunta la cima si scopre che la salita è stata la parte più bella della vita e del cammino. Si scopre che poi davanti a sé c’è la discesa”.

E lei è un camminatore?

“Lo ero. Mi faceva bene all’intelletto. Fino a cinque anni fa facevo sette chilometri al giorno. E leggevo sempre un libro mentre camminavo. Durante le passeggiate spesso mi facevo un regalo e compravo un altro libro. Ora che farei fatica ad ottant’anni a fare quelle camminate, leggo solo. Ci sono tutti quei libri da terminare che iniziavo a leggere durante una passeggiata e che non finivo perché poi ne compravo subito un altro”.

Qual è il suo rapporto con la montagna?

“Da piccolo mia zia aveva una pensione vicino alle Tre Cime di Lavaredo. Andavo lì tutte le estati. Escursioni e passeggiate hanno fatto parte della mia infanzia. Poi sono stato un boy scout a 18 anni. Facevo 30 chilometri al giorno. Ed ero un campione nella corsa campestre”

Cosa cercava in quelle camminate?

“L’altrove. È questo che ci offre il camminare, la possibilità di evadere nel tempo e nello spazio. La possibilità di cercare una realtà diversa dal quotidiano. Così in montagna, così quando con un libro di Tito Livio in mano facevo la passeggiata, mia prediletta, che dai fori imperiali porta al colle Palatino”.  (Val. Cas.)