Alla scoperta delle identità locali con Anna Torretta

Pluri-campionessa italiana e Vice Campionessa del Mondo di “Arrampicata su Ghiaccio” tra il 2001 e il 2008: Anna Torretta è stata per anni una delle migliori atlete italiane. Oltre all’arrampicata, Anna ha fatto dell’alpinismo e della scrittura una passione e una professione.

Abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con lei di identità locali, cioè delle somiglianze e delle differenze fra diverse località e popolazioni.

Anna, hai iniziato a scalare le montagne da bambina e non le hai mai lasciate. Ci racconti la storia della tua passione che ti ha portato dal Gran Paradiso, salito a 12 anni, alla professione di Guida alpina?

“I miei genitori mi hanno trasmesso la passione per la montagna: da bambina mi portavano, insieme a mia sorella, a fare “le gite” a Bardonecchia, in Val di Susa, e a fare dei trekking di più giorni. Mi piaceva camminare, a differenza di mia sorella. Così un giorno papà mi propose di fare il Gran Paradiso con loro, e io non stavo più nella pelle. La montagna però è rimasta per molti altri anni il passatempo del fine settimana, con le uscite della scuola di alpinismo del CAI UGET di Torino, e solo con l’università ho cominciato a pensarla come un lavoro. Ma i miei mi dissero, prima finisci di studiare poi “fai quello che vuoi!”. Proprio tramite l’università, mi capitò l’occasione di andare a Innsbruck, nel paese di Hermann Buhl, a lavorare da un architetto. In Austria la mia vita ebbe una svolta, perché ero libera di scegliere la direzione da prendere. Ho passato le selezioni da Guida Alpina, e nel frattempo ho cominciato a fare le competizioni su ghiaccio, ho conosciuto il mitico Bubu. Da lì fu un attimo, far diventare il mio passatempo del weekend, in una scelta di vita”.

Da alpinista hai viaggiato in tutto il mondo, per scoprire montagne affascinanti e a volte remote: non solo quelle più conosciute dell’Himalaya ma anche quelle meno note dell’Afghanistan. Secondo te i popoli di montagna si assomigliano tutti? Esiste un’identità comune?

“Le montagne in terre lontane, sconosciute, hanno un fascino particolare, hanno l’attrazione dell’esplorazione e della scoperta. Oggi sono ancora pochi i posti in cui farlo, Il corridoio del Wakhan in Afghanistan è uno di questi. Seguire la via della seta, che dall’Afghanistan porta in Cina, descritta da Marco Polo ne “Il Milione”, e scoprire che in 700 anni poco è cambiato, ha un valore immenso.

La domanda è molto difficile, ci vorrebbe uno studio antropologico. Ma ricercando nelle mie esperienze posso dire che le popolazioni di montagna sono molto ospitali, con gli stranieri, disposti a offrire il poco che hanno pur di dimostrare accoglienza. Tuttavia la cultura religiosa incide moltissimo sui comportamenti, e l’apertura degli ismaeliti del Whakhan, non l’ho certo incontrata nei piccoli paesi musulmani della Turchia del nord orientale, dove le donne e le bambine si nascondevano, invece di aprire la porta di casa. In Turchia, ho aperto una difficile cascata, in team “femminile”, ed è stato un valore importante per i turchi organizzatori del meeting, per portare un messaggio alle popolazioni dei villaggi. La mia compagna di cordata, la spagnola Cecilia Buil, ed io, siamo diventate in quell’occasione, le beniamine del festival, perché forse in futuro qualche bambino penserà in modo diverso al ruolo della donna nella cultura islamica.

L’identità comune tuttavia non è radicata nell’amore e nel rispetto del proprio territorio, il territorio è qualcosa in cui si è nati e si vive, sfruttando quello che si ha, la conservazione del patrimonio viene dopo, e spetta a chi visita, educare. Faccio un esempio: per i popoli di montagna, che non producono alcuni beni, è normale buttarli, se non servono, per terra, dietro casa o dove capita, così ho trovato il lungo sentiero che porta a Mugu nel Nord est del Nepal, un’antica via di comunicazione con il Tibet, disseminato di lattine di alluminio.

L’identità comune forse consiste nel sapersi arrangiare e vivere con quello che si ha, senza troppe pretese”.

Se sì, è questa identità che fa nascere un innato sentimento di fratellanza, solidarietà?

“Se parliamo di culture più sviluppate, tra le persone che praticano l’alpinismo, si sente un senso di appartenenza alla comunità, rappresentato da un sentimento di condivisione e di piacere dello stare insieme. Il tratto comune è lo stesso amore per la montagna e il territorio. Sentimento che ho incontrato dal Cile alla Corea del Sud.  Tra i popoli con culture meno sviluppate, invece esiste si l’accoglienza, come dicevo, ma noi alpinisti, donne e uomini, rimaniamo sempre quelli che arrivano da occidente, siamo diversi. E solo la scolarizzazione di queste persone può portare alla loro crescita”.

Somiglianze che però convivono con capillari differenze: secondo te in Italia vallate e micro aree riescono ancora a mantenere e a valorizzare ciascuno la propria cifra specifica o la tendenza alla globalizzazione sta appiattendo le caratteristiche culturali?

“Il lockdown ha data una grossa spinta alla valorizzazione della montagna, come scelta alternativa per vivere, ha dato alla montagna la possibilità di adeguarsi alle offerte della città, ma anche di far vedere il meglio delle proprie caratteristiche culturali. Faccio l’esempio di Courmayeur, la comunità che vivo e conosco: cerchiamo di mantenere alcune specifiche tradizioni: il pane nero nel forno, poi venduto anche ai turisti, la costruzione dei carri di carnevale, la loro sfilata, la fiaccolata dei maestri di sci, le feste dei borghi, la festa delle Guide Alpine, i costumi locali dei Badosh. Il dialetto invece è una caratteristica culturale che si sta sicuramente perdendo, perché sono pochissimi i bambini che lo parlano ancora in famiglia. Alcuni sforzi per corsi di dialetto sono stati fatti, ma sicuramente un’implementazione, nelle scuole, a mio parere, contribuirebbe ad una conservazione. Chi scrive tuttavia, non ne parla nessuno, pur avendo convissuto durante l’infanzia, con il dialetto piemontese e studiato il patois Valdostano. Credo che i piccoli borghi, anche perdendo i vecchi abitanti, non perderanno le tradizioni, perché riscontro nei giovani, un desiderio di appartenenza in crescita, soprattutto sulle specifiche tradizioni di montagna, come la riscoperta di vecchie coltivazioni e anche di mestieri legati al territorio, primo fra tutti quello della Guida Alpina”.

Esiste un’identità montana nazionale oppure Appennini e Alpi non si parlano?

“La montagna è montagna, sia che siano Alpi, Appennini, Pirenei, piuttosto che le Montagne Rocciose, tra di loro non si parlano, perché culturalmente chiuse, molto legate al proprio territorio. Solo il viaggiatore gode della particolarità dei territori e dei suoi abitanti”.

Negli ultimi anni si è parlato molto di “macroregione alpina”: credi in questa visione complessiva delle Alpi, pensi che andrebbe rafforzata oppure al contrario la consideri deleteria per la salvaguardia delle identità e culture locali?

“Sono convinta che un disegno globale di una macroregione alpina, sia necessaria, pur mantenendo le locali tradizioni. Il mondo sta cambiando e cambierà anche la montagna. Un disegno e un piano di salvaguardia e di comunicazione sono assolutamente necessari.

Oggi da Courmayeur solo grazie a Flixibus, a un servizio privato, posso essere a Milano in 3 ore. Se utilizzo i mezzi pubblici, impiego una giornata. Per andare ad Aosta con i mezzi pubblici, impego un’ora e 3.50€, contro mezz’ora in auto e 12€ di autostrada, con costanti lavori di manutenzione. A Courmayeur la connessione a internet è lentissima. Solo con un piano globale si possono risolvere questi problemi”.