Giornalista, scrittore, vincitore di diversi premi letterari e naturalmente un esperto camminatore. Ha percorso finora sei tappe del Sentiero Italia CAI nelle Alpi liguri e dieci nel tratto alpino piemontese che parte da Ghigo di Prali a Ceresole Reale, sotto il Gran Paradiso. In compagnia di se stesso e nel silenzio della natura, “che non è mai muto ma ricco di suoni, rumori e fruscii”, spiega.  E tra queste montagne, che ascolta con attenzione e sguardo profondo, ha incontrato anche i personaggi del suo prossimo romanzo.

Franco Faggiani è uno degli autori delle guide ufficiali sul Sentiero Italia CAI e ha le idee molto chiare su cosa sia per lui la montagna e su come viverla con amore e rispetto.

Franco Faggiani mentre scende nel Parco Naturale del Gran Bosco di Salbertrand, in Alta Val di Susa
Quali tappe hai percorso fino ad ora?

“Ho percorso 6 tappe nelle Alpi Liguri, da Altare/Colle di Cadibona a Garessio – primo paese delle valli cuneesi al confine con la Liguria, da cui è poi partito il “collega” Franz Rossi per il suo tratto fino a Ghigo di Prali – e ho percorso anche il tratto alpino piemontese da Ghigo di Prali a Ceresole Reale, sotto il Gran Paradiso, dunque altre 10 tappe“.

Quali sensazioni ed emozioni ti hanno lasciato? C’è qualcosa che ti ha sorpreso e che non ti aspettavi di vedere o conoscere?

“Con i cammini alpini avevo già una certa confidenza, però il Sentiero Italia Cai mi ha permesso di vedere luoghi conosciuti da angolazioni diverse, quindi mi ha offerto paesaggi nuovi. Per esempio nella tappa dal Rifugio Truc (Susa) e Malciaussia, sono passato sotto il Rocciamelone, 3538 metri, sul quale ero salito più volte. Visto dai suoi piedi, avvertita tutta la sua imponenza, mi ha fatto pensare agli antichi pellegrini della Francigena piemontese che per secoli avevano considerato questa montagna come la più alta d’Italia, proprio perché transitando da Susa – che si trova ad appena 500 metri d’altezza – si ritrovavano sopra la testa una lunga e spoglia cresta che saliva di  3 mila metri”.

Anche la salita al Colle della Crocetta, a 2641 metri d’altezza, nella tappa Pialpetta-Ceresole Reale, mi ha offerto un panorama diverso sul versante meridionale del Gran Paradiso, che avevo sempre visto dal lato opposto, quello valdostano. Insomma, grandi paesaggi da vedere e da attraversare con la sensazione di essere in quel momento un privilegiato e anche con addosso un po’ di preoccupazione: sarò capace di raccontare al meglio tutte queste meraviglie a chi leggerà poi le guide SiCAI?

Infine c’è stato anche il piacere di poter camminare ogni giorno per ore e ore in compagnia di sé stessi e nel silenzio della natura, che non è mai muto, ma, anzi, è ricco di suoni, rumori, fruscii, gorgoglii. Un ascolto che altrove è ormai impossibile. Ascoltare è molto meglio che sentire”.

Puoi illustrarci brevemente le caratteristiche naturalistiche e paesaggistiche che caratterizzano ognuna di queste tappe?

“Nelle tappe alpine sono rimasto affascinato dalle praterie d’alta quota, dalle creste ventose, dai piccoli laghi che appaiono all’improvviso, dai boschi nascosti nei valloni. La discesa dal Colle dell’Assietta al Gran Bosco di Salbertrand, nella tappa da Usseaux al Rifugio Arlaud, è davvero stupefacente. Poco prima di affrontare le pendici del Rocciamelone, salendo al Rifugio Truc, mi ha invece colpito la foresta carbonizzata da un vasto incendio di un paio d’anni fa. Migliaia di tronchi neri, spogli e spettrali. Tutto ricrescerà, ma ci vorrà del tempo. In Piemonte mi hanno sorpreso anche le Valli di Lanzo, che avevo sempre un po’ sottovalutato, forse per la loro vicinanza a Torino, che dista dal loro ingresso verso est solo pochi chilometri. Invece sono, impervie, con altezze notevoli, ardue da affrontare.

Mi ha entusiasmato anche l’ambiente dell’entroterra ligure. Si è portati a conoscere la Liguria costiera, ma non le creste e le valli delle montagne che la sovrastano in tutta la sua lunghezza. Posti bellissimi e selvaggi e in molti tratti – per esempio quella che dal colle del Melogno, sopra Finale Ligure, porta sul Monte Carmo – il panorama è doppio: il mare da un lato e le montagne che, in crescendo, si spingono fino al Piemonte, dall’altro. Il mio tratto ligure è stato perennemente dominato dalle grandi faggete. I monaci-architetti francesi che “inventarono” lo stile gotico, lo fecero dopo aver vissuto nelle foreste di faggi, dalle cui forme trassero ispirazione. Ad attraversare il Sentiero Italia Cai in Liguria c’è da credergli!”

Dal Monte Carmo vista su Albenga e l’isola di Gallinara
Ci sono piccoli borghi sul cammino che vale la pena visitare? Se sì, quali?

Uno dei posti magici è Finalborgo, anche se questo richiede una deviazione di qualche chilometro dal colle del Melogno, verso il mare. Ma ci sono linee di collegamento frequenti. Poi Finalborgo, anche se è a due passi dal mare di Finale Ligure, è la borgata più alpina di tutta la Liguria, per le sue numerose pareti d’arrampicata raggiungibili a piedi. Ci sono più negozi di alpinismo che a Cortina! Poi Garessio, dove finisce il tratto ligure del Sentiero Italia Cai e inizia quello piemontese. In Piemonte proprio da non perdere è Usseaux, ragnatela di vicoli, piazzette, fontane e case dei muri esterni affrescati.

Da percorrere assolutamente è il tratto di bassa quota e quasi pianeggiante che parte da Salbertrand, passa sopra il forte di Exilles e raggiunge Susa, cittadina con evidenti vestigia romane. Lungo questo sentiero di una dozzina di chilometri sono disseminate minuscole borgate, una più bella dell’altra, per l’architettura e per le attività contadine che ancora resistono. Il mio tratto piemontese in genere può offrire anche ampie riflessioni su altre culture affascinanti, quella Valdese e quella Occitana. Si respirano nell’aria e nel contatto con la gente, se ne vedono ampi segni nella lingua locale, nella religione, nell’architettura, nello stile di vita”.

Il percorso è ben segnato?

“Sono stato fortunatissimo, perché il mio percorso piemontese ricalca quello della Gta, mentre il percorso ligure corrisponde a quello dell’Alta Via. In entrambi ho trovato già applicate, in molti punti cruciali, le placchette con il logo del Sentiero Italia. Inoltre non ho trovato nessun punto critico, se non qualche piccolo smottamento dovuto alle piogge, ma questo rientra nella normalità. Dunque non mi è restato altro da fare che seguire a passo spedito quanto già indicato dai volontari delle sezioni locali del Cai e godermi il viaggio”.

Puoi parlarci dei Punti Accoglienza sulle tappe?

“Su una ventina di punti tappa che complessivamente mi ero prefissato di contattare una metà circa erano chiusi per difficoltà dovute al Covid. Ho cercato, in quel caso, delle alternative, ma anche qui non è stato facile. Però, con un po’ di tenacia…. Per esempio in Liguria una tappa è prevista al Giogo di Toirano. Ma lì non c’è niente, si tratta di un semplice crocevia. Per sostare bene bisogna scendere di tre chilometri, fino a Bardineto e lì ho eletto come Punto Accoglienza l’agriturismo Fratelli Oddone, i quali, entusiasti del progetto SiCai, si sono impegnati ad effettuare il servizio navetta, compreso nel prezzo del soggiorno, per chi arriva al Giogo di Toirano e da lì riparte il giorno dopo. Perché ho scelto un agriturismo? Perché avendo una attività agricola, con boschi, campi e animali, è aperto tutto l’anno e non solo stagionalmente. Inoltre propone, a prezzi contenuti, una buona cucina con i propri prodotti.

Anche tra i rifugi ci possono essere comunque quelli del cuore. Come l’Arlaud, nel cuore del Gran Bosco di Salbertrand, regno dell’ospitalità e della gentilezza. Oppure il Truc, sopra Susa, piccolo ma di certo una sicurezza assoluta per chi dalla Val di Susa va verso le Valli di Lanzo, a nord, o viceversa. Mani sul fuoco anche per la Foresteria, Punto Accoglienza a Massello, dove arriva la tappa che parte da Ghigo di Prali. I gestori quest’anno sono stati piuttosto impegnati con il flusso selvaggio di turisti – non escursionisti – che hanno preso d’assalto le loro strutture, non essendo potuti andare altrove. Tanta gente, in genere poco avvezza alla montagna, con richieste spesso assurde. Certo, i gestori hanno fatto un po’ di cassa, ma in cuor loro sperano che tornino presto i camminatori di lungo corso, che sanno almeno la differenza che c’è tra la cucina di un rifugio e quella di un ristorante, tra una piccola camera con letti a castello e una stanza con aria condizionata”.

Hai conosciuto altri camminatori? Hai un aneddoto che vale la pena raccontarci?

Non ho incontrato tanti camminatori, anzi, e i pochi incrociati arrivavano da altri Paesi, specie dal Nord Europa. Ho schivato, semmai, molti personaggi colorati in bici fuoristrada, alcuni dei quali, devo dire, pericolosi a causa della loro improvvisazione o inesperienza. La colpa, se così posso definirla, è stata delle biciclette elettriche, che chiunque può noleggiare per affrontare fin da subito lunghi percorsi. Questo è assolutamente lecito se si va in pianura o tra i dolci colli di Romagna, ma non lo è per niente se si va in montagna. Forse il mio è un giudizio severo, ma ho visto alcune cadute rovinose di persone senza casco, con i pantaloncini da spiaggia e con una bottiglietta d’acqua minerale nel vano portaborracce. E’ vero, questo “mezzo elettrico” da noi è appena agli esordi, però un minimo di pratica, prima di scendere a precipizio su stretti sentieri, sarebbe d’obbligo.

Comunque mi sono fermato a parlare spesso con gli abitanti delle borgate, per farmi raccontare storie locali, usanze, posti vicini da vedere. I paesaggi, i boschi, le valli attraversate fra un secolo saranno probabilmente ancora lì, le persone in cammino invece le si incontra una volta sola. Meglio dunque non perdere l’occasione!

Andando verso La Capanna Sociale Aurelio Ravetto, in direzione di Malciaussia, dunque in Piemonte, ho fatto un lungo tratto in compagnia di una bella coppia incontrata per caso, Stefania e Viorel, in cammino proprio verso questo rifugio posto appena sotto il Colle della Croce di Ferro, a 2558 metri. Lei è una veterinaria torinese, il suo compagno un pastore rumeno che era stato su quelle montagne, in alpeggio estivo, per ben sette anni di fila, sempre da solo, tenendo a bada 1500 pecore. Gregge che ogni fine settembre doveva riportare in transumanza fino a Santhià. Viorel, nonostante da qualche mese faccia il giardiniere in un Comune della cintura urbana torinese, quindi un lavoro più “facile” e regolarmente remunerato, mi ha raccontato con grande entusiasmo della sua vita solitaria in montagna, dei suoi cani, dei lupi, del clima che cambia, dei temporali violenti e delle nevicate precoci, della solitudine e dei silenzi che rimpiange. Il mio mestiere è quello di scrivere e raccontare storie, e un posto a Stefania e Viorel, in un mio prossimo romanzo, l‘ho già trovato!”.

La maglietta ufficiale firmata Sentiero Italia CAI
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