Il senso del viaggio a piedi secondo Riccardo Carnovalini, presidente dell’Associazione Sentiero Italia e uno degli ispiratori del progetto del grande percorso pedonale di cui il Cai si è fatto promotore

Riccardo Carnovalini, classe 1957, originario di La Spezia (oggi vive in Val di Viù, provincia di Torino), è il presidente dell’Associazione Sentiero Italia. Quando prese corpo il progetto del grande percorso pedonale di cui si parla in queste pagine era già molto noto. A cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta si era fatto notare per alcuni importanti viaggi   a piedi assieme alla moglie Cristina Di Bono. In particolare, terminati i loro tre anni di gestione al rifugio Cai Carrara sulle Alpi Apuane, nel 1980 Riccardo e Cristina percorsero dapprima l’Alta Via dei Monti Liguri, a quel tempo ancora priva di segnaletica, e l’anno successivo furono protagonisti della risalita della catena gli Appennini, dalla Madonie, in Sicilia, al Colle di Cadibona in Liguria. Poi fu la volta di altri lunghe camminate. Nel 1983 Riccardo attraversò con Cristina le Alpi, di colle in colle. Poi, nel 1984, sempre con Cristina, risalì il corso di alcuni grandi fiumi italiani: il Po, il Piave, l’Arno, la Dora Baltea. La vicenda più nota di Carnovalini fu in quegli anni  il CamminAmare, il percorso a ricalco di tutte le coste italiane, 4000 km da Trieste a Ventimiglia, nel 1985.

Negli anni ’90, ai tempi della caduta del Muro di Berlino, Riccardo fu protagonista di alcuni importanti viaggi a piedi tra l’Est e l’Ovest della nuova Europa: dapprima fino a Skagen, all’estremità settentrionale della Danimarca, poi verso il grande Nord, con il trek tra Göteborg, in Svezia, e Nordkinn, il punto più settentrionale della Scandinavia. Carnovalini fece anche parte di TransAlpedes, un gruppo europeo che studiò l’ambiente alpino da Vienna a Nizza. E poi, mille altre esperienze. In anni recenti (2015) si è impegnato nella ricerca e nel recupero del tracciato dell’Appia Antica, con Paolo Rumiz; e ancora, nel 2017, nel periplo delle coste siciliane. Una vita intera a camminare. E a raccontare. Riccardo ha, infatti, pubblicato una ventina di libri con editori importanti, e un gran numero di reportage di viaggio che sono comparsi su riviste italiane  e straniere. Ha condotto trasmissioni su Radio Uno ed è intervenuto come esperto di viaggi a piedi in programmi sulle tre reti televisive della Rai. Infine si è costruito un archivio di 300 mila fotografie sul paesaggio italiano. Insomma, oggi è davvero impossibile parlare di escursionismo senza far riferimento a lui.

LA NASCITA DI UN PROGETTO

Riccardo Carnovalini

Riccardo, torniamo alla tua camminata appenninica del 1981. Rileggendo cosa scrivevi a quel tempo, si direbbe che l’idea di dotare la penisola di un sentiero in grado di attraversarla per intero sia maturata proprio in quell’occasione.
«È vero, la scintilla originaria del Sentiero Italia scoccò nella mia mente nel 1981, mentre risalivo gli Appennini. Poco dopo cominciai a collaborare con Airone, e ricordo che nel mio primo articolo scrissi che l’Italia avrebbe dovuto dotarsi di un percorso escursionistico. Un sentiero che ne percorresse tutte le montagne per puntare poi verso un’Europa che, già all’epoca, poteva far conto su percorsi pedonali di lunga percorrenza. Due anni dopo, in occasione dell’inaugurazione della GEA, la Grande Escursione Appenninica, chiacchierai a lungo con Stefano Ardito e Furio Chiaretta, e anche con Alfonso Bietolini e Gianfranco Bracci (gli ideatori del percorso toscano), e rivangai la mia vecchia idea. Quel giorno tornammo a chiederci, tutti insieme, se c’era la possibilità di creare un grande sentiero nazionale. Ovviamente utilizzando i percorsi di ampio respiro che in quegli anni già funzionavano».

Negli anni successivi cos’è diventato per te il Sentiero Italia?
«È stato un’esperienza importante. Sì, quello del Sentiero Italia è stato un bel lavoro collettivo. E anche il tentativo di far conoscere agli escursionisti il nostro Paese. Per me si tratta di una conoscenza significativa, a cui ho dedicato gran parte della vita, e che oggi, per la verità, oltre a delle ovvie soddisfazioni, mi regala anche dei pensieri poco ottimistici».

E cioè?
«Muovendosi a piedi, vedi l’Italia da prospettive diverse. Ed è sempre una lezione perché, in spazi concentrati, trovi, gli uni accanto agli altri, luoghi belli e deliziosi, luoghi dell’abbandono, e anche
molti posti rovinati dal degrado. E certi incontri con il degrado ti segnano in profondità».

Rispetto agli anni in cui nacque il Sentiero Italia oggi la gente cammina di più?
«Sì, in generale cammina di più, ma solo sui percorsi noti, quelli che vanno più di moda, ad esempio i cammini di pellegrinaggio. Su tutti gli altri sentieri, di escursionisti se ne vedono sempre pochi. Ed è un peccato».

Hai mai calcolato i chilometri percorsi finora?
«Con esattezza, non saprei, non ho mai fatto davvero i conti: credo di aver camminato per circa 35mila chilometri, grosso modo quanto la circonferenza della Terra. Ma non è una cifra competitiva: oggi, con lo sviluppo dei viaggi a piedi, c’è gente che ha coperto distanze ben più importanti. In ogni caso, per me ciò che conta è il tempo che sono riuscito a dedicare all’esperienza del cammino, alla conoscenza dei luoghi. A mio modo di vedere, il senso dell’andare a piedi sta nella possibilità di riconnettersi con la terra, nel ricreare una relazione sentimentale con l’ambiente.  Ecco: l’idea che per me stava alla base del progetto del Sentiero Italia era proprio quella: regalare agli altri una chance in più per poter davvero entrare in confidenza con il territorio»