Claudio Migliorini, classe 1981, è nato e cresciuto in pianura, originario infatti di Ceresara, un piccolo paese in provincia di Mantova a ridosso delle colline Moreniche.
Salvo qualche sporadica gita fuori porta durante l’infanzia, Claudio si è avvicinato davvero alla montagna relativamente tardi. La sua prima esperienza risale infatti al 2007 a Cerlongo, vicino al suo paese natale, in una piccola struttura d’arrampicata sportiva.
Come è scattata in lui la scintilla per la montagna? Grazie ai tanti racconti di un amico con la passione per i corsi di roccia e l’alpinismo.
Dopo quel suo primo approccio nel 2007, per Claudio la sua “palestra” sono poi state le pareti della Val d’Adige e le pendici del Monte Baldo, gruppo affacciato sul Lago di Garda. Ancora prima di rendersene conto, da allora “l’andare in montagna” diventa così per Claudio normale quotidianità, giorno dopo giorno, emozione dopo emozione.

Da appassionato a Guida Alpina e Maestro di Alpinismo. Come si trasforma un’attività ricreativa nel proprio lavoro? Hai incontrato qualche difficoltà?

“La trasformazione è stata lenta e graduale. Ad un certo punto ho lasciato il mio lavoro, avevo un buon posto nel settore metalmeccanico. Mi sono trasferito ad Arco di Trento un po’ per “cambiare aria” e un po’ per vivere in prima persona l’atmosfera e il grande potenziale legato alle attività outdoor che solo la Valle del Sarca sa offrire. È dopo questo frangente che è nata l’idea di intraprendere il percorso per diventare Guida Alpina.
L’iter è impegnativo: dopo una selezione iniziale sulle varie discipline (roccia, ghiaccio e sci) e la presentazione di un curriculum alpinistico si affronta il ciclo formativo e di esami della durata di un anno e mezzo per raggiungere il titolo di Aspirante Guida Alpina. Iscrivendoti al rispettivo albo è possibile cominciare a professare. Dopo due anni si può accedere agli esami finali per acquisire il titolo di Guida Alpina Maestro di Alpinismo. Tutto l’iter impegna all’incirca 5 anni per essere completato. La pressione del percorso formativo e del ciclo di esami è stata molto intensa, ma è stata mitigata sia dall’affiatamento con i compagni di corso con i quali ho affrontato queste difficoltà, sia dall’abilità degli Istruttori Guide. Questi ultimi hanno sempre saputo coinvolgere al meglio il gruppo e creare le giuste condizioni per dare il meglio di noi stessi”.

La montagna, non solo per il lavoro di Guida Alpina, è la tua vita: arrampicata sportiva, alpinismo, escursionismo. 

Secondo te, quali possono essere le motivazioni principali che spingono a non arrendersi e raggiungere la vetta/meta?

Questa è una domanda che mi pongo spesso, anzi spessissimo. In tutti questi anni mi sono sempre dato risposte diverse, in base al momento della mia vita, al tipo di attività ed ai compagni con cui ho condiviso l’esperienza. Curiosità, ricerca, condivisione, adrenalina, determinazione, voglia o necessità di fuggire, sfida con se stessi o con gli altri, con l’ambiente o con l‘ignoto. Sono questi alcuni tra gli aspetti che alimentano le motivazioni principali e che spingono a non arrendersi per raggiungere la meta. Credo che ognuno, in base al momento, abbia le proprie motivazioni. Anch’io mi ci ritrovo tra questi aspetti ma, se ci penso bene, alla base di tutto c’è una forza irrefrenabile, alcune volte inspiegabile, che mi spinge ad immaginare, sognare e tentare di raggiungere ogni volta l’obiettivo… sarà proprio che mi piace andare in montagna!”

A tuo parere, qual è la differenza tra escursionismo ed alpinismo? Nella teoria come nella pratica, dove si trova il confine tra queste due discipline?

“Secondo me l’alpinismo comincia laddove terminano i sentieri escursionistici. Fare escursionismo significa camminare seguendo dei sentieri dedicati in ambienti naturali. Camminare per svago, studio o curiosità, ad esempio. Le sfaccettature dell’escursionismo possono essere varie in base alla tipologia, durata e impegno richiesto all’escursionista. In ogni caso lo sintetizzerei con un: scarponcini ai piedi, zaino in spalla e via.
Cominciamo a parlare di alpinismo nel momento in cui si utilizzano attrezzature e tecniche che vanno oltre il semplice camminare per progredire. Potrei fare tre macro-esempi per definire la linea di demarcazione tra escursionismo e alpinismo: la via ferrata, la parete di roccia e il ghiacciaio. Per tutti questi scenari si rende necessario l’utilizzo e la conoscenza di attrezzature e tecniche specifiche, entrando quindi nell’ambito alpinistico.
Per alpinismo intendiamo tutte quelle attività in montagna dove si rende necessario il superamento delle difficoltà incontrate durante la progressione. Questa può avvenire su percorsi attrezzati, roccia, neve, ghiaccio o percorsi misti che comportano necessariamente un’adeguata preparazione e conoscenza specifica in base all’attività che si andrà a svolgere.

Sia che parliamo di escursionismo o di alpinismo, quando ci muoviamo in un ambiente naturale, è necessaria un’adeguata preparazione e pianificazione dell’itinerario che andremo a percorrere. Oltre a questo, serve anche una valutazione oggettiva e costante delle condizioni personali e dell’ambiente durante l’attività”.

Secondo te, quali sono i tre “consigli d’oro” per chi si approccia alla montagna per la prima volta?

“La prima cosa che mi sento di consigliare è quella di informarsi sul tipo di attività che si vorrebbe andare a fare. All’inizio bisogna un po’ divincolarsi tra la lettura di manuali o guide del luogo che si vuole visitare. Oppure spulciando nella rete, rischiando però di imbattersi in fonti poco referenziate. Meglio ancora sarebbe confrontarsi con un amico più esperto o un professionista della montagna, che sapranno dare delle valide informazioni e indirizzare verso la scelta migliore.
In seconda battuta è importante la pianificazione che serve a capire bene a che cosa si andrà incontro. Ciò è indispensabile per organizzare un’uscita o un’attività che rientri nei limiti delle proprie capacità, per procurarsi l’abbigliamento più adeguato e per essere aggiornati sulle condizioni meteo e della montagna.
Il terzo consiglio che mi sento di dare a chi si approccia alla montagna per la prima volta è quello di affiancarsi o affidarsi a qualcuno che possa aiutarci ad affrontare gli itinerari pianificati. Potrebbe essere un buon amico più esperto, un gruppo CAI oppure un professionista come un Accompagnatore di Media Montagna o una Guida Alpina.
In ogni caso, in questo ambiente, è importante avere un approccio graduale e costante per godersi appieno ogni esperienza e apprezzare sempre di più i luoghi che visitiamo”.

La storia delle imprese alpinistiche ha visto alternarsi vari stili di apertura e approccio alle salite in base al periodo storico. Dalla conquista della vetta a tutti i costi, con l’utilizzo di qualsiasi mezzo artificiale, si è passati alle salite in arrampicata libera più estreme. Negli ultimi anni c’è stato poi un ritorno ad un’attività alpinistica che potremmo definire “by fair means”. 

A tuo parere, quale valore può aggiungere questo stile e perché sta tornando in voga?

“‘Absolutely inaccessible by fair means’ (‘Assolutamente inaccessibile con mezzi leali’): io la inserirei tra le frasi chiave dell’intera storia dell’alpinismo.
Mummery fu un precursore dell’alpinismo moderno: fu tra i primi a proporre un alpinismo senza mezzi artificiali, che contasse solo su quelli che egli stesso definiva “mezzi leali” (fair means). In quest’ottica, nel 1880 rinunciò alla salita del Dente del Gigante, dove si era arrestato su una placca granitica troppo liscia per essere salita in arrampicata libera. In quell’occasione lasciò sul posto una bottiglia contenente un messaggio che recitava: “impossible by fair means”.
Ora mi diventa impossibile ripercorrere tutte le tappe della storia alpinistica in poche righe. Secondo me non c’è stato un modo giusto o uno sbagliato, ma semplicemente in ogni epoca si sono sperimentati diversi stili e approcci per raggiungere una vetta o aprire un itinerario: ognuno ha partecipato ad uno stesso “gioco” seguendo però regole diverse. 

L’approccio “by fair means” implica un totale affidamento a quelle che sono le nostre capacità. Un’esperienza vissuta con questo approccio amplifica il confronto con noi stessi e con l’ambiente che ci circonda. Inoltre mette in conto un aspetto assolutamente non indifferente in un’ascensione: la rinuncia. Visto il grande impegno investito nella preparazione psicofisica personale, nella preparazione della logistica e nel tempo impiegato per preparare una salita, può diventare difficile rinunciare a proseguire. Questo perchè si è devoti ad un ideale così ferreo. Il grande valore aggiunto penso che stia proprio qui: l’approccio ad un’ascensione diventa il mezzo per guardare ancora più a fondo nel nostro essere. È un viaggio nel viaggio. Questo, però, penso che accada a prescindere da quali siano le regole del gioco che decidiamo di seguire, in montagna come nella vita”.

Per orientarsi in montagna si usano molti strumenti diversi. Sebbene quasi tutto sia affidato alla tecnologia, ancora oggi le carte, i riferimenti morfologici e le caratteristiche della natura sono un ottimo modo per orientarsi. Quali sono i punti di forza di questi diversi strumenti di orientamento?

“Oggi l’aiuto che la tecnologia ci ha dato e continua a darci con la sua evoluzione è incredibile. In fase di pianificazione è diventata un aiutante fondamentale, soprattutto per quanto riguarda quei luoghi che non abbiamo mai frequentato. Grazie ad essa durante l’escursione possiamo avere in tempo reale informazioni estremamente precise sulla nostra posizione e direzione da seguire, sulle previsioni meteorologiche, la loro evoluzione e tanto altro. La loro efficienza è comunque subordinata dalla capacità di lettura dell’utilizzatore. Quindi risulta importante sapere come funzionano questi sistemi digitali per poter interpretare correttamente i dati forniti. Inoltre tutti questi dati vanno comunque costantemente rapportati all’ambiente che ci circonda.

Per quanto riguarda gli strumenti classici, i riferimenti morfologici e le caratteristiche della natura, il punto di forza cruciale è che il loro corretto funzionamento e interpretazione dipende da noi. Si basa sulla nostra capacità di utilizzo, conoscenza, lettura e interpretazione di carte, bussole e riferimenti morfologici e naturali. Avere la capacità di saper passare da un metodo all’altro è sicuramente un vantaggio da non sottovalutare nel caso ci sia un’avaria dei vari dispositivi di orientamento come smartphone o GPS. Questi strumenti dipendono dalla forza del segnale e dalla durata delle batterie. In mancanza di tali fattori è la capacità dell’escursionista di saper utilizzare gli strumenti analogici e orientarsi in base alla conformazione del territorio a fare la differenza tra il perdersi e ritrovare la strada di casa”.

Nonostante gli strumenti a disposizione, perdersi in montagna è ancora possibile. Cosa fare quando ci si rende conto di essersi persi e il telefono è scarico?

“Come dicevo prima, saper leggere e interpretare sia gli strumenti digitali che analogici è importante. È ancora più importante, però, portarli sempre con sé durante le escursioni proprio per evitare di ritrovarsi in situazioni del genere. Fondamentale sarebbe anticipare questo momento per non ritrovarsi nella situazione più critica. Alla base di una qualsiasi attività in montagna c’è la pianificazione ma gli imprevisti possono sempre capitare. Molto dipende dalla situazione, ma mantenere la calma e rimanere il più lucidi possibile è già un bel traguardo. È importante, prima di partire, comunicare l’itinerario che si andrà a percorrere ad un conoscente. In caso di mancato rientro e conseguente allerta del soccorso alpino, avremo maggiori probabilità di essere intercettati dai soccorritori rimanendo fermi nel punto dove si pensa di essersi persi, sempre di non essere estremamente fuori rotta. In previsione di eventi di questo genere è sempre consigliato, oltre ad un piccolo kit di pronto soccorso, avere con sé un telo termico, una giacca calda ed un copricapo, snack e bevande, una pila frontale, un accendino o fiammiferi. Tutti questi elementi potrebbero alleviare una lunga notte all’addiaccio. Il consiglio più spassionato che mi sento di dare è di pianificare attentamente l’escursione in base alle proprie capacità ed essere in grado di rinunciare nel momento in cui non ci dovesse sentire all’altezza”.

Quando i motociclisti si incrociano fanno un particolare cenno di saluto. Esiste in montagna qualche cosa di simile o un augurio che ci si fa all’incontro?

“Conosco molto bene il saluto dei motociclisti: sono praticamente nato su una moto! Quando incontro qualcuno in montagna lo saluto sempre con un “buongiorno”, “salve”, “ciao”. Dipende dal momento e dalla situazione. In base alla località e alle rispettive usanze ci possono essere modi diversi di salutarsi. Penso che il saluto in montagna venga spontaneo perché l’ambiente che ci circonda unisce e ci fa sentire parte della medesima passione e quindi più vicino anche ad una persona che non si conosce. A me piace pensare che il saluto ad uno sconosciuto sia il modo di mantenere una sorta di tradizione, in montagna così come per strada un saluto non si nega mai a nessuno”. 

Grazie Claudio per le tue interessanti parole e per i tuoi consigli utili! Speriamo di avere l’occasione di fare un’altra chiacchierata con te in futuro… Magari percorrendo qualche tappa di Sentiero Italia! 

Se non l’avete ancora fatto, correte a leggere l’intervista a Giampaolo Calzà dedicata al tema della prima Settimana Tematica: “Cammino, Trekking e Hiking”. 

Fotografie di Claudio Migliorini, gentilmente fornite da Montura.